http-equiv='refresh'/> Il volo della Fenice

2011-12-25

Un nuovo blog

Finalmente vedo compiersi il disegno che da tanto tempo avevo in mente: un blog interamente autogestito.
Non tutto funziona ancora egregiamente ma bisogna pur iniziare quindi ho deciso che era il momento di inserire un redirect nel vecchio blog per reindirizzare i vecchi amici sulla nuova piattaforma.
Quanto prima, nei prossimi giorni, inserirò appunto un redirect al nuovo blog che potete comunque già trovare all'indirizzo:  http://www.thephoenix.cixx6.com/wordpress. Il nuovo blog, manco a dirlo, conserva lo stesso titolo che già ha su Blogger: "Il volo della Fenice"
Il problema maggiore che ho incontrato è la sicurezza del sito. Purtroppo i siti, in particolare i blog degli autodidatta, sono frequentemente vittime di attacchi devastanti quindi occorre porre la massima attenzione e cautela su questo aspetto. Per motivi di sicurezza ho quindi disattivato momentaneamente la registrazione dei nuovi utenti: sarà comunque data la possibilità di leggere e commentare gli articoli.
Un buon approccio alle tematiche sulla sicurezza è la condizione necessaria affinche un blog possa sopravvivere quindi spero vogliate pazientare se procederemo per gradi. Molto utili potranno essere eventuali suggerimenti che mi giungeranno dall'esterno.
In questo nuovo blog, vorrei dedicarmi alla sicurezza online (un problema enorme quanto poco sentito) dando contemporaneamente spazio anche ad altre realtà meritevoli di attenzione.
Un primo (e spero non ultimo) esempio di pagine ospitate è il Rifugio di Trofarello, una realtà che ben conosco personalmente, nata dal civile impegno delle Sig.ra Ramondetti - Cassardo, una ormai anziana signora, sensibile al dolore di ogni essere vivente.
Confidando di ritrovare gli amici di un tempo sul mio nuovo blog, auguro a tutti un Buon Natale

2011-09-12

La catapulta di Willy Coyote

E' notizia di oggi: in valle Susa è stata rinvenuta una rudimentale catapulta. Notizia di per se inquietante per gli scenari che lascia immaginare. Diciamolo pure: personalmente ritengo che l'ormai famoso corridoio sia un'opera inevitabile. Inutile fasciarsi gli occhi: tale infrestruttura è propedeutica alla rete commerciale europea futura e autoescludersi dal progetto significa soltanto penalizzare i nostri porti e il commercio ad essi riferibile. Non per caso la Cina già sta monopolizzando i porti della Grecia e, se i nostri numerosi porti non offissero agevoli approdi, una giornata di navigazione in più ( talvolta anche meno) e si arriva a Marsiglia.  Per questo ritengo che parte della contestazione No-Tav altro non sia che un'abile strumentazione della proverbiale avidità dei montanari nostrani, finalizzata piuttosto a favorire interessi economici d'oltre confine. Possiamo anche sostenere che l'alta velocità non serve ai cittadini e, in parte, è vero ma qui non si tratta di un servizio pubblico come gli illusionistici papocchi che ci propinano lascerebbero pensare. Si tratta di un progetto commerciale. Un secolo e mezzo fa gli USA costruirono la "railway coast to coast" a prezzo di indicibili soprusi ed infami massacri e non lo fecero per far gironzolare i cittadini: grazie a quel collegamento diedero una spinta decisiva alla colonizzazione delle regioni centrali e costruirono, soprattutto economicamente, il mito delle grande potenza. Oggi non è che necessiti colonizzare il centro Europa e magari il futuro corridoio ferroviario potrebbe rivelarsi, a conti fatti, meno strategico del previsto ma la questione ormai non è più in questi termini. Allo stato attuale, il commercio navale che entra nel Mediterraneo, solo in parte approda nei porti delle sue coste; le merci destinate all' Europa del Nord come una gran parte di quelle destinate all' Europa centrale e orientale approdano nei porti scandinavi e olandesi perchè è meno oneroso circumnavigare la penisola iberica che non attraversare l' Europa via terra. Chiamarsi fuori dal progetto TAV significherebbe quindi chiamarsi fuori dalle future rotte commerciali che transitano attraverso il canale di Suez. Detto questo, non è difficile ipotizzare che qualche nostro vicino, per boria di grandeur o anche solo per atavica insofferenza, possa non disdegnare una nostra eventuale defezione. Non per nulla ogni tanto qualcuno rispolvera l'eventualità di un "Piano B" che prevede un corridoio interamente a Nord dei nostri confini.
Ciò premesso, la notizia odierna del rinvenimento di una rudimentale balestra nei boschi di Chiomonte ha un che di inquietante ma non fa molto onore al suo ideatore, ispirato forse da un tale Magno (chissà se, a suo sentore, di nome faceva Carlo oppure Alessandro), che denota qualità ingegneristiche a dir poco approssimative.
E' del tutto superfluo dire quanto clamore dei media abbia destato tale ritrovamento anche se, di primo acchito, ho immaginato che questi facinorosi debbano essere anche un poco tonti. Mica è tanto semplice costruire una balestra funzionante e, al giorno d'oggi, se si vuole provocare disordini, ci sono strumenti ben più maneggevoli. In fondo, le balestre sono state abbandonate già da qualche tempo in favore di armi più pratiche. Intanto una considerazione: gli antichi costruivano le balestre per lanciare pietre di un certo peso perché altrimenti le avrebbero lanciate con le mani (gli antichi erano notoriamente pragmatici) quindi costrivano macchine di una certa potenza perché altrimenti le pietre se le sarebbero tirate sui piedi. Per consentire una gittata sufficiente a lanciare il masso oltre le crape degli astanti occorre quindi che la leva sia sufficientemente lunga e pure rigida perché, se viceversa è flessibile, si fa la fine del Willy Coyote. Gli antichi infatti costruivano le leve delle catapulte con robusti tronchi e non con rami di faggio ancora verdi, buoni magari per costruire una recinzione ma non certo per lanciare massi. Se poi il mirabile ingegnere bellico avesse conservato qualche minima reminescenza scolastica, avrebbe colto che la parte più sollecitata di una balestra è il cucchiaio deputato ad ospitare l'ogiva. Difficile pensare che una specie di retino per farfalle, apparentemente legato in cima alla leva (qui però suppongo la consulenza di qualche navigata giovane marmotta) con qualche pur competente giro di spago possa servire allo scopo. Senza contare che il "cucchiaio" deve essere costruito con una conformazione atta a lasciar partire la pietra; se è costituito da un semplice retino floscio, la pietra resta impigliata... e si torna alla scena del Willy Coyote. In ogni caso, una siffatta balestra, con un braccio di appena tre metri (così riportano i cronisti), è diffice raffigurarsela come una "macchina da guerra"; al massimo possiamo considerarla una buffonata.
Ma non è finita perché, a ben osservare le immagini (incluse quelle dei quotidiani notoriamente di parte avversa), il nostro incredibile "ingegnere" ha scordato di dotare la micidiale macchina di un tensore. Eh, si: per funzionare, una catapulta ha bisogno di un meccanismo che, messo in tensione, carichi di energia la leva. Solo in questo modo si può pensare che il braccio, una volta liberato, possa scagliare la pietra. Come nessun bambino, seppur idiota più del lecito, costruirebbe una fionda con due cordini al posto degli elastici, così nessuno, nell'antichità avrebbe mai costruito una catapulta priva di un meccanismo tensore. Ma forse questo dipenderà dal fatto che (lo abbiamo già detto) gli antichi apparivano più svegli.
Per finire, un'ultima considerazione sulla leva: la leva è una cosiddetta "macchina semplice" e, nella fattispecie, è costituita da due bracci, uno lungo e l'altro corto. Da che mondo è mondo, fin dai tempi di un certo Archimede, agli uomini è subito apparso chiaro che la leva funziona bene quando si applica il peso al braccio corto e la forza a quello lungo; funziona un po' meno bene se la si usa al contrario. Puntualmente, i maldestri l'hanno montata al contrario! Osservare le foto per credere.

2011-09-05

h.22:30 - S.O.S. Titanic

Eccoci al dunque. Era da prevedersi ampiamente ma, visto che nel nostro paese, nonostante l'uragano alle porte, non si riesce ad elevare i termini delle questioni oltre quelli di una campanilistica disputa calcistica, c'è da credere che ci sia chi, perso nel suo fanatismo, non riterrà opportuno porsi, neanche ora, qualche interrogativo motivando, una volta tanto nella sua esistenza, una qualche ragione alla sopravvivenza di quello sparuto plotone di neuroni dei quali Madre Natura deve pur averlo dotato. Siamo sul ciglio dell'abisso e le parole odierne di Trichet suonano come un ultimatum e probabilmente lo sono visto che, ormai, la BCE ha smesso di acquistare titoli italiani. Il mondo intero stigmatizza l'inedia della nostra classe politica, l'impreparazione e l'evidente volontà di non intraprendere alcuna decisione che possa incidere sulle scelte dell'elettorato. D'altro canto, non scordiamoci che le sorti del governo attuale sono ancorate a personaggi della caratura di un Scilipoti. Come ha avuto modo di commentare Ezio Mauro, siamo sulla nave dei folli o, se si preferisce, stiamo ballando sul Titanic; dipende dai punti di vista ma non fa molta differenza perché, per dirla con una metafora in voga di questi tempi: il saldo resta invariato. Non credo che il mondo intero consentirà ancora per molto tempo questa incredibile commedia. Se non riuscirà a imporci decisioni incisive, troverà certo il modo di metterci nelle condizioni di non nuocere. E' giunto il tempo in cui non è più possibile guardare agli interessi di bottega perché, di questo passo, presto non ci saranno più botteghe. Ciò che atterrisce ulteriormente è poi l'assoluta assenza di idee anche tra i banchi dell'opposizione. Una vacuità evidentemente strumentale perchè, anche nella autodefinitasi sinistra (in realtà una codina destra, bigotta e clericale, rimasuglio delle ceneri della vecchia Balena bianca e dei resti maciullati del PSI), ci sono forti interessi corporativistici da tutelare ed anche perché nessuno ha interesse a porsi al comando del Titanic.
Come già per Caporetto e per l'8 Settembre, cambia la scenografia ma non la sostanza del copione: salvarsi il culo e crepi l'Italia. Le parole del nostro Presidente, ieri l'altro a Cernobbio, sono pura retorica e l'accoglienza che possono trovare all'estero non andrà oltre i commenti di circostanza. La politica ha fallito, in Italia più che in altri paesi, ed è ora di guardare, senza perdere altro tempo prezioso, ad un governo tecnico in grado di compiere scelte tecniche estranee ai contorsionismi di questi politicanti. E' nei poteri del Presidente sciogliere d'autorità una o entrambe le camere in situazioni eccezionali e, se non lo è questa, qualcuno mi dovrebbe erudire su cosa si intende per eccezionale. Abbiamo bisogno di gente che sappia dove prendere il danaro, quando e quanto ne serve, che quantifichi i costi, le scadenze e i benefici previsti che, lasciano da parte le sterili promesse, costruisca un programma credibile di rinascita, prima ancora civile che economica. Altro che ampolle, templari, ministeri fantasma, olgiatine, nipotine esotiche e palinsesti demenziali.

2011-09-03

Ragazzi, non studiate

Ieri mi sono imbattuto nel provocatorio "Ragazzi, non studiate", scritto per la rubrica "Bussole" di  Repubblica da Ilvo Diamanti.

http://www.repubblica.it/rubriche/bussole/2011/09/01/news/non_studiate_-21096938/

Credo che l'articolo, scritto da persona che ha dedicato e tuttora continua a dedicare le sue risorse intellettuali all'insegnamento, meriti un commento perché, in fondo, riflette un "sentire comune" ahimé molto diffuso: a che serve studiare se poi a questo sforzo non corrisponde un congruo corrispettivo economico e un gratificante status sociale?
Lungi da me l'intenzione di esercitarmi in retorici e leziosi discorsi a sostegno di una improbabile relazione tra conoscenza e animo: nella mia vita ho conosciuto uomini saggi tra i clochard, perfetti cafoni tra i letterati ed anche l'esatto contrario. No, non è la cultura, tanto meno non lo è quella acquisita supinamente attraverso i banchi di scuola, sia essa pubblica o privata, a condizionare l'animo umano ne da essa dobbiamo attenderci una relazione tout-court con lo status sociale. Come ben può sapere una persona che ha trascorso la propria vita tra i banchi di scuola, lo studio scolastico non ha mai rappresentato la chiave del successo: non la rappresenta oggi che le carriere sono governate da clientelismo e nepotismo, come non la rappresentava in altri tempi quando (forse) vigeva una maggior attenzione agli aspetti meritocratici; semmai è il diverso uso delle conoscenze acquisite a fare la differenza. Lo studio, quello dell'età scolare, è semplicemente un mezzo educativo che prepara allo studio dell'età matura, quello che verrà (se verrà), sarà esercitato fuori dai banchi, dopo qualche anno, talvolta dopo molti anni, quando ormai una matura capacità di critica e un rinnovato interesse saranno deputati a sopperire alle ridotte capacità ritentive della mente.
Eppure, quante volte sentiamo taluni rimpiangere il tempo perduto sui banchi di scuola! "...Ah! Se non avessi perso tempo a studiare!...!". La delusione, in certi casi l'apatia, possono indurre a conclusioni affrettate, a rinnegare le scelte fatte tempo addietro, mortificando le originarie ambizioni. Talvolta ci si rammarica delle proprie scelte senza pensare che anche l'idraulico (tanto per citare una categoria tra le più ricorrenti), che svolga con onestà il suo lavoro, che provi vergogna a far sborsare 350 Euro ad una misera pensionata per sostituirle una guarnizione durante un fine settimana, che emetta fatture veritiere (quindi paghi le tasse), potrebbe faticare non poco a quadrare i conti, al pari di un laureato precario. Disoccupazione e sfruttamento non gravano solo su alcune categorie ma investono purtroppo tutti quanti e non è ripudiando lo studio che si sfuggirà a questa perversa spirale. Proviamo invece a riconfigurare l'ordine delle cose nella nostra mente, abbandoniamo una volta per tutte questa deleteria tendenza a considerare la conoscenza come un patrimonio strumentale: lo studio altro non è che alimento per la mente, come il pane lo è per le membra ed è solo alimentando la mente che possiamo affrontare la realtà con capacità di critica; se la conoscenza, essa sola, non basta a formare un adulto, possono l'ignoranza e la superficialità portarlo alla meta? In fondo è questo che si coglie dalle prime righe laddove afferma, accoratamente ma senza retorica, che lo studio e l'insegnamento sono le cose che ha sempre fatto e che continuerà a fare; lo dice con profonda amarezza (cosa che comprendo e condivido) ma le sue parole sono un urlo contro la vacuità contemporanea, contro la deliberata inefficienza dello stato, contro il colpevole e miope atteggiamento educativo delle famiglie, contro il paradigma delle facili conquiste, contro il sistematico anteporre il diritto al dovere. Scaturito forse da un momento di maggior sconforto, questo appello mi pare invece una esortazione a non mollare, a perseverare a dispetto di tutte quelle sirene che continuano a proporre illusioni a buon mercato.
Ciò che più sconcerta è invece l'enorme adesione che questo scritto ha raccolto attraverso i socialnetwork. Nel lessico del web, nell'arco di una sola giornata, ben 32.000 internauti hanno condiviso il pistolotto; un numero enorme se paragonato a qualunque altro articolo di ampio interesse. Una folla di persone condivide a tal punto da sentirsi in dovere di divulgarlo in rete. Forse perchè vergato da persona autorevole, il testo può apparire in qualche maniera assolutorio agli occhi di chi, poco avezzo alla satira, già è indifferente alla pratica dello studio. Questo potrebbe essere uno dei motivi della sua eccezionale popolarità e, se così fosse, le dimensioni del fenomeno meriterebbero una attenta valutazione.
Dove invece, a mio avviso, ritengo sia in errore, è nell'accreditare i media, e in particolare internet, quali principali veicoli dell'odierna cultura. Questo lo ritengo profondamente errato: attraverso internet, tra le tante cose, passa anche la cultura ma essa va ricercata, scovata, estrapolata e ricomposta da un'utenza che il sistema globalizzato vuole invece spettatrice e giammai attrice. Forse che sapersi destreggiare nello scrivere su un socialnetwork, sovente con gravi carenze grammaticali e lessicali, o saper scaricare un file, significhi essere "digitali nativi"? Si è mai domandato l'autore, quanti di questi "digitali nativi" sarebbero in grado di estirpare un virus informatico dal proprio computer o, più semplicemente, di rivitalizzare un sistema operativo bloccato in fase di boot? No, per fare questo serve la cultura, quella che ti guida nel razionalizzare i problemi, nell'organizzare i dati, nel formulare le ipotesi e sviluppare le tesi; questo non può essere appreso semplicemente attraverso una tastiera ma va assimilato giorno per giorno sui banchi di scuola. In questo, nonostante l'obsolescenza di programmi e metodi e nella comprensibile disaffezione delle parti, la scuola pubblica, ancor più di quella privata, continua a svolgere una funzione insostituibile e irrinunciabile.
La nostra zavorra non è tanto la fatiscente organizzazione scolastica quanto piuttosto una diffusa, perniciosa forma distorta di familismo. Si mandano i figli a scuola affinché possano costruirsi "una vita migliore della nostra" e questo è tipico di una società post rurale che, sebbene urbanizzata, conserva ancora l'atavica fame di chi, nonostante tutto, continua a dibattersi tra esasperate sperequazioni sociali. L'erudizione non è vista come un diritto del giovane ma come un dovere della famiglia, a compenso del quale si inculca nei figli il dovere della riconoscenza, del legame con le origini, finendo così per ridurre l'amore ad una sorta di cambiale da onorare. Ricordo perfettamente quel giorno che, di ritorno da una visita a mia figlia in Svezia, ebbi modo di conversare con un'universitaria che, avendo appena concluso un master a Goteborg, faceva ritorno in famiglia: era delusa dall'esperienza, non vedeva l'ora di raggiungere Milano e l'ipotesi di un futuro nuovo distacco dalla famiglia la induceva a mettere in discussione tanto il prosieguo degli studi quanto le prospettive di lavoro. Nelle due ore abbondanti che durò il viaggio, tentai in tutti i modi di farle comprendere il mio punto di vista ma le mie parole continuavano a rappresentare, per lei, un concetto di emancipazione in chiave individualista che non condivideva. Non avrebbe potuto essere diversamente: non si muta la mentalità di una persona in due ore ma intanto il caso mi fece riflettere. Un tempo, neanche troppo lontano, si partiva con una valigia e pochi risparmi verso un mondo lontano e sconosciuto e le distanze erano così incolmabili che raramente si faceva ritorno. I contatti con i famigliari erano esclusivamente epistolari e ben presto, anche a causa dei soggettivi limiti espressivi, si riducevano a non più di un paio di lettere all'anno. Oggi, grazie alla tecnologia, le distanze si sono dissolte: i voli low-cost consentono di spostarsi rapidamente e con costi accessibili a qualunque borsa mentre internet consente di video conferire con chiunque, in qualsiasi momento. Vivere al capo opposto del mondo equivale ormai a vivere al capo opposto della città eppure, oggi come un secolo fa, troppi giovani guardano all'emigrazione ancora unicamente come estrema ratio. Non è una questione di "bamboccioni", termine spregiativo, sunto farneticante partorito delle menti parassite della politica nostrana ma è comunque un problema e non può più essere eluso. In molti paesi, non tutte le nostre sedi universitarie sono screditate anzi alcune, nonostante tutto, godono di buona reputazione e le proposte allettanti, per chi è disposto a mettersi in gioco, non mancano come non mancano per chi può vantare studi più limitati. In quest'ottica e nonostante le macroscopiche storture del nostro sistema, a mio avviso, lo studio e la docenza conservano, se addirittura non amplificano, la loro valenza. Altro che non studiare! Ma la maggioranza di quei 32.000 avrà compreso che si trattava di una provocazione?

2011-08-29

Hurricane Irene - The Day After

I fatti sembrano avermi dato ragione. Quanto asserivo Sabato scorso (quindi in tempi non sospetti) si è puntualmente verificato: l'uragano, nella sua marcia di avvicinamento a NY, è regredito a livello di tempesta, seppure di tipo tropicale quindi con effetti di una certa importanza ma il Giudizio Universale, per ora, è rinviato. Certo, la statistica annovera anche qualche raro caso in cui un uragano (in un caso perfino di forza 3) ha effettivamente raggiunto la Grande Mela ma le probabilità di recidiva di un simile fenomeno, restano tuttora, a mio avviso molto scarse. In ogni caso, se tale era la reale preoccupazione delle autorità, perché tanto spiegamento di risorse quando poi nulla si è predisposto per stati come la Florida, la Georgia, le Caroline che correvano rischi enormemente maggiori? Eppure tutti abbiamo ancora a mente le devastazioni subite dalla città di New Orleans al passaggio dell'uragano Katrina. Se si è trattato di una decisione tecnica, devo dire che è stata pessima e provo a motivare le mie affermazioni.
Gli uragani, nell' Atlantico nordoccidentale, si formano nel'area oceanica subtropicale, ad una latitudine intorno ai 10°N. In quella zona, dove già la forza di Coriolis consente di imprimere direzione all'anticiclone, esistono condizioni ottimali di temperatura ed umidità atte a sviluppare l'imponente movimento convettivo che trasporta l'acqua dell'oceano, sotto forma di vapore, fino alla Troposfera. La temperatura dell'acqua (in questo periodo supera i 26° anche alla profondità di decine di metri) assicura il costante apporto di vapore mentre la forza di Coriolis innesca il movimento lungo la direttrice degli Alisei, spingendo l'uragano a lambire prima l'isola di Cuba e poi ad investire le coste meridionali degli USA. Durante questo viaggio, la spinta della forza di Coriolis e il continuo apporto di vapore causano un incremento continuo della forza dell'uragano e, quando questo raggiunge le coste della Florida, la sua forza è massima. Solitamente, la traettoria verso NO resta pressoché costante quindi, spostandosi sulla terraferma, l'uragano perde velocemente la sua forza in quanto, venendo a mancare l'apporto di vapore dall'oceano, i movimenti convettivi rallentano progressivamente. In sintesi: l'uragano è alimentato dall'acqua e dalla sua costante ed elevata temperatura; in assenza di anche uno soltanto di questi due fattori, l'uragano non si forma o, se già si è formato, si smorza rapidamente. Ecco quindi spiegato perché le coste della Florida e quelle limitrofe sono le più esposte quindi le più meritevoli di tutela. Talvolta può accadere che, per una particolare concomitanza di cause, l'uragano possa deviare dal suo abituale percorso e, anzichè investire la terraferma, prosegua la sua corsa sull'oceano, parallelamente alla costa. In tal caso, proseguendo l'apporto di vapore acqueo, l'uragano può spingersi molto più a Nord e raggiungere latitudini decisamente insolite, come nel caso in questione. Ora però dobbiamo allargare per un attimo lo sguardo sulla Corrente del Golfo perché da essa possiamo trarre ulteriori considerazioni. Una semplice esplicazione dei percorsi della Corrente del Golfo, la può fornire uno schizzo che potete reperire al seguente link  http://www.webalice.it/brucito/corrente%20del%20golfo.htm
Come risulta evidente, la corrente calda del Golfo, ben prima di raggiungere il 45° parallelo, sul quale si trova NY, abbandona le coste per dirigersi più nel centro Atlantico e le coste sono ora lambite dalla corrente fredda, proveniente dalle regioni artiche. Anche in questo caso, salvo il caso di un anomalo riscaldamento della corrente che scende verso Sud, l'apporto di vapore acqueo decade sensibilmente e, di conseguenza, l'uragano cala fortemente di intensità.
Cercando sul web una carta della distribuzione delle temperature dell'acqua, ho trovato quella del giorno 28 (appunto ieri) a questo link  http://www.meteoweb.eu/la-corrente-del-golfo/
Da questa carta si evince chiaramente che la temperatura dell'acqua, nei dintorni di NY, non superava i 20°-21°: temperatura forse anomala per NY ma certo non sufficiente ad alimentare  un uragano che, già da alcune ore, era stato per altro declassato a tempesta tropicale. Si dirà che è il senno di poi: falso, intanto perché quanto ho detto finora era a disposizione di chiunque, tanto più era a disposizione delle autorità, senza contare il supporto di tecnici ed esperti, sul quale possono tuttora contare, e poi perché già nella mattinata di Domenica, sul proprio sito, Repubblica pubblicava una cartina esplicativa del percorso previsto dell'uragano riportandone la classificazione che, coerentemente con quanto sin ora detto, non superava mai il grado più basso della scala di classificazione e, oltre la Carolina del Nord, era addirittura privo di classificazione.
Tutto questo non significa che non sia accaduto nulla: le precipitazioni sono state violente e i venti, in molti casi, hanno procurato danni consistenti ma non è accaduto molto più di quanto accade normalmente a Genova quando piove intensamente o a Trieste quando si scatena la Bora. Senza contare che è ben difficile che un uragano possa avere la meglio nei confronti di strutture urbanistiche in acciaio e cemento armato, quali sono quelle di una metropoli moderna, mentre è ben più facile che possa distruggere le fragili costruzioni rurali in legno e lamiera degli stati più a Sud.
Ecco perché affermo che, se si è trattato di una scelta tecnica, l'evaquazione di NY mi pare un grave errore; se è stata una scelta di tipo diverso (e io credo a questa seconda ipotesi), sarebbe interessante approfondire.

2011-08-27

Hurricane Irene

Il sospetto è che si stia ormai sfruttando anche i fenomeni atmosferici per alimentare i consumi. D'altro canto, chi non ricorda la ignobile campagna dello scorso anno per favorire un indebito, colossale commercio mondiale di uno dei più inutili (e forse pericolosi) vaccini antinfluenzali? Si trattava allora di assecondare le politiche commerciali di qualche multinazionale farmaceutica. Oggi, grazie all'innata ottusità del consumatore medio americano e all'abile allarmismo delle autorità, sugli scaffali dei supermercati dell'intera costa atlantica, non si trova più nulla. Tutto venduto in attesa del Day After. Eppure, è noto che gli uragani tropicali manifestano tutta la loro potenza prevalentemente sull'oceano per calare rapidamente di intensità non appena approdano sul continente. Non a caso, se sono abbastanza ricorrenti devastazioni più o meno intense lungo le coste della Florida, pochi analoghi casi si possono contare in Georgia e meno ancora nella Carolina. Di sicuro non ne rammento in Virgina e nel Maryland. New York può essere ricordata per le copiose nevicate invernali e per il freddo, talvolta subpolare, ma non certo per la furia devastatrice dei tornado che, come si ricorderà dai testi di geografia, è situata fuori dalla fascia subtropicale entro la quale si muove un tornado. Anche la classificazione data dai meteorologi non dovrebbe causare eccessivi allarmi in un'area che, da sempre, convive con tali fenomeni: classe 1 su una scala fino a 5. Le notizie che trasmettono in questo momento, parlano infatti di venti intorno ai 120 Km/h, il che è concorde con le previsioni meteo cui ho accennato e rappresenta, tutto sommato, la conferma la limitata forza del tornado. Una cosa comunque è certa: in soli due giorni, gli abitanti di una vasta e popolata area degli USA hanno dato vita ad una gigantesca razzia di viveri  e prodotti in genere come non accade neanche durante le feste natalizie. Non mi stupirei se i prossimi report economici indicassero un inatteso incremento delle vendite. Hanno usato lo spauracchio del tracollo finanziario per distruggere le conquiste sociali in Europa; è davvero così insensato pensare che possano sfruttare la suggestionabilità per indurre i loro cittadini a spendere i risparmi inutilmente? A pensar male, talvolta sospetto perfino di essere prevenuto, ma il fatto è che solitamente ci azzecco.

2011-08-15

lo spauracchio della speculazione

Quando esplose la vicenda di Pomigliano ricordo che parlai, in prospettiva, di una "Waterloo" sindacale. In realtà, come si sarà capito, più che altro, mi riferivo alla costola Fiom della Cgil: l'ala, per così dire, più oltranzista e dura dell'intero schieramento; l'unica che sarebbe stata lasciata sola allo sbaraglio, per edulcorare, in qualche maniera, l'allineamento che già era in atto da parte delle altre sigle. Il resto del panorama sindacale si è già conformato da almeno tre decenni e non costituisce certo una spina nel fianco delle parti datoriali anzi, con gli innumerevoli accordi vergognosi, succedutisi alla scandalosa "marcia dei 40.000", i vertici sindacali, in cambio dei numerosi scanni d'oro in Parlamento, hanno più che altro svolto funzione di pompieraggio nel far passare le riforme più incredibili ed esecrabili; non ultima, quell'infame "riforma del lavoro", in conseguenza della quale, oggi, non esiste più un solo giovane che possa confidare su un reddito di lunga durata anzi, coloro i quali possono oggi vantare una qualsivoglia forma di sostentamento paragonabile ad un reddito, rappresentano una esigua minoranza, una specie di "paria" che, per una cifra solitamente inferiore ai mille Euro al mese, devono pure ritenersi fortunati, quasi dei prescelti dalla misericordia divina. La possiamo vedere come meglio crediamo ma la sostanza, nuda e cruda, è questa. La deriva sindacale ha radici lontane e ciò che accade oggi, in casa nostra, non è molto dissimile da quanto avvenne negli Usa, più di 50 anni fa, durante gli scioperi degli autotrasportatori. Oggi le tecniche sono più raffinate e non vediamo circolano bande di picchiatori dedite a "convincere" i più riottosi ma, da circa trent'anni, si è aperto un corridoio privilegiato, verso gli alti scanni della politica, nei confronti di quei dirigenti sindacali più "dialoganti"; anche questo è un fatto storico incontestabile: basta fare una semplice conta. In fondo, nella vicenda Pomigliano, la Fiom, per un verso ha rappresentato il "fatt'apposta" per i più creduloni, per quelli che ancora si attendono una degna rappresentatività da parte di organizzazioni per le quali, da tempo ormai, il tesseramento volontario non rappresenta più la maggior risorsa di finanziamento. Credo che, attraverso le sole attività di Caf, gli introiti siano di molto superiori a quelli derivanti dal solo tesseramento in azienda e questo dovrebbe farci riflettere su quale possa essere la reale funzione di queste arcaiche strutture. Proviamo a domandarci perché, se dobbiamo compilare il modello Unico, lo possiamo fare agevolmente online mentre, per compilare il 730, dobbiamo essere presi per mano da un tutore al quale, non è raro dover poi correggere gli errori da egli stesso commessi.
D'altro canto Pomigliano (e poi Mirafiori) ha funzionato, per la Fiom, come la classica "caccavella" che si usa per i latterini: quei pesciolini piccoli piccoli, che si aggirano, talvolta in folti branchi, in prossimità della riva. Un tempo, si usava pescarli affondando una vecchia pentola, riempita con alcune manciate di farina e chiusa da uno straccio al quale era stato praticato un piccolo foro al centro. I latterini non sono comunque gli unici pesci che si pescano creando una trappola senza uscita...
Se la Fiom pensava di avere molte frecce al suo arco, le vicende di questt'ultima settimana hanno comunque scritto la parola fine a qualsiasi velleità circa le sorti di Pomigliano, di Mirafiori e di ogni altra trattativa futura; nel senso che, in futuro, non ci sarà neanche la possibilità di una trattativa: il modello Pomigliano diventa legge dello stato. Punto e fine della questione.
La vicenda di Pomigliano, in fondo, si inserisce perfettamente nel contesto di quanto sta accadendo in questi giorni. A quanto pare, e di questo non si dubitava affatto, l'economia langue. Siccome l'economia langue, le società di rating non trovano di meglio che mettersi a sparare ad alzo zero sui debiti sovrani di mezza Europa. Visto che sono almeno trent'anni che questo problema esiste, non servirebbe certo l'acume di una volpe per capire che si sarebbe potuto cogliere mille altri momenti, più opportuni (specie se pregressi) per dar sfogo a cotanto anelito morale. Per quasi due anni, dopo il crollo del Marzo 2009, le borse di tutto il mondo (un po'meno quella italiana) sono invece risalite, sovente senza una plausibile ragione, sospinte da un mercato asfittico, che sembrava attendere, giorno dopo giorno, un giudizio universale che mai arrivava. Difficile, in quei giorni, trovare anche uno solo, degli odierni strombazzatori, che puntasse il dito contro la speculazione eppure ad agire erano gli stessi speculatori che oggi affossano le borse, sempre in assenza di una concreta causale tecnica. Mentre in gran segreto, in Svizzera andavano a ruba le cassette di sicurezza, dagli schermi televisivi andava in onda la pantomima di coloro i quali magnificavano riprese inesistenti, per tacere di chi vaneggiava addirittura di sordide strategie comuniste.
In fondo, pare di assistere ad una di quelle commedie stracollaudate, dove gli attori recitano da anni le medesime battute. C'è la crisi anzi, è tornata peggiore di prima. Se fallisce la Grecia, crollano le banche e fallisce l'Europa anzi, fallisce il mondo. Poi le banche non falliscono e la Grecia, dopo estenuanti quanto incomprensibili tentennamenti di froilen Merkel, viene in qualche modi aiutata. Dopo la Grecia tocca a Irlanda, Portogallo, Spagna e, in fine, Italia, quella che sarebbe troppo grande per fallire e che comunque ha tanti risparmi (l'argomento è inflazionato... occhio che ci mettono le mani) e poi le sue banche sono solide. Niente da fare, nel giro di un paio di sedute di borsa, il tornado investe anche il nostro paese e, indovinate un po', la quadra viene imbastita proprio nei giorni di ferragosto, quando le più tante fabbriche e attività sono chiuse.
Se escludiamo i razionali islandesi che, con un democratico referendum, hanno dichiarato di non avere alcuna intenzione di riparare, di tasca propria, ai danni provocati dalle loro stesse banche, il resto del mondo occidentale è ora invischiato in un turbinio di tasse, patrimoniali, tagli, incertezze e strozzinaggi di vario tipo da far accapponare la pelle. Nesssun politico (tranne quelli islandesi), nessun manager (tranne i già menzionati islandesi), nessuna banca (tranne... indovinate quali) hanno pagato un solo Euro; i cittadini (tranne...) probabilmente pagheranno per generazioni. Molto si sarebbe potuto fare, in Italia, per affrontare, se non debellare la crisi: penso agli assurdi finanziamenti ai partiti, a quelli alla carta stampata, agli indegni emolumenti ai politici, all'evasione fiscale, ai profitti della mafia, ai profitti dei petrolieri, alla cattiva gestione dei fondi strutturali europei ma evidentemente, tuttte queste cose fanno parte di uno status quo inalterabile, tanto che nessun partito, neanche quelli che intendono promuovere soluzioni alternative, ne fanno menzione. E allora, visto che ormai i governi arrivano perfino a forme di autodenuncia, annunciando tagli prima ancora che gli vengano richiesti (vedi Sarkozy), visto che l'obiettivo più plausibile era quello di accollare le perdite finanziarie alla collettività (quella pagante), quali ragioni potrebbero sussistere al perdurare del trend negativo in borsa? Poco importerà se le decisioni intraprese dal nostro governo non contemplano misure per la crescita; quello che importa è aver accollato il conto ai soliti pagatori.
Non posseggo elementi di analisi tecnica atti a sostenere il mio pensiero ma non mi stupirei se domani, come per incanto, la speculazione si raffreddasse alquanto. Non è l'AT a suggerirmelo ma la semplice logica.